Written by 7:37 pm Rettorato, UniBas

In forma di epilogo: il futuro tra Covid-19, Medicina, Potenza, Matera, Piano Colao

«Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia» (don Lorenzo Milani)

Che cosa ci riserva il futuro? Alla vigilia di una elezione rettorale e, più in generale, del rinnovo della governance è la domanda a cui, credo, ciascuno di noi vorrebbe dare una risposta. Pensando al futuro, tengo a ribadire il mio giudizio per nulla negativo riguardo la governance uscente, che ha operato al meglio nelle condizioni date.
Dobbiamo chiederci, però, se per gli anni a venire, in un contesto che va rapidamente mutando, sia sufficiente dare continuità gestionale lungo la stessa linea, oppure provare ad andare oltre, a osare, ad avviare una stagione di riforme per cercare di far fronte a una situazione di crisi nella quale l’Ateneo rischia di cadere per un aggravamento delle difficoltà di contesto, locali e nazionali, di cui ho sinteticamente scritto soprattutto nei primi paragrafi del presente testo programmatico.

La nuova sfida tecnologica: come affrontarla? La pandemia di Covid-19 ha costretto tutti negli ultimi mesi a rivedere il nostro approccio al lavoro universitario, sia nel campo della didattica che in quelli della ricerca e della Terza missione, ha portato tutti a ripensare sé stessi, i propri paradigmi, le proprie metodiche, le forme del proprio modo di relazionarsi con gli altri. Il nostro Ateneo ha reagito all’emergenza con grande senso di responsabilità e con la massima disponibilità da parte di tutte le sue componenti – docenti e ricercatori, personale tecnico-amministrativo, studenti -, sviluppando al meglio le nuove tecnologie per lo svolgimento delle necessarie attività. Quanto avvenuto ci pone di fronte a scenari che sono ancora imprevedibili, in cui il distanziamento e, quindi, la rarefazione della prossimità potrebbero ancora modificare, oltre che i nostri comportamenti, anche le modalità di interazione e il modo di fare ricerca e didattica da parte di molti di noi. L’accelerazione digitale, che la pandemia ha portato con sé, produce a livello globale mutamenti radicali di cui occorrerà tener conto nel prossimo futuro senza per questo snaturare il nostro lavoro. Uso delle nuove tecnologie, attività condotte a distanza, espressioni di creatività fino a poco tempo fa nemmeno pensate, possibilità aperte dal cosiddetto lavoro agile: tutto ciò, anche se non dovesse rendersi strettamente necessario per un ritorno dello stato di emergenza e per pratiche di contenimento, dovrà far parte delle nostre cassette degli attrezzi e trasformarsi in strumenti e soluzioni di opportunità – in aggiunta e a integrazione delle modalità proprie del lavoro accademico, gestionale e amministrativo di tipo tradizionale. Naturalmente senza mai dimenticare che è impensabile fare a meno, o interamente a meno, di una necessaria dimensione relazionale di vicinanza, la quale non potrà mai essere sostituita, pur nelle circostanze più difficili e problematiche, da rapporti a distanza.

Insomma, credo che non possiamo nasconderci le minacce e le incognite che ci si prospettano e dovremo essere capaci di trasformare gli elementi di criticità in opportunità, potenziando le infrastrutture per la teledidattica e le attività di ricerca in tutte le nostre sedi, regolamentando il lavoro agile, portando a perfezionamento tutto quanto in questi mesi abbiamo saputo con successo sperimentare. Le situazioni di crisi devono infonderci maggiore forza e determinazione, con la serietà e l’impegno che abbiamo già dimostrato, per rivedere le linee strategiche dell’Ateneo in maniera condivisa con tutte le componenti nella convinzione che non tutto potrà tornare esattamente come prima e che molte scelte a cui siamo stati costretti dovranno diventare potenziali progetti per agire con maggior forza nei territori di riferimento, nel sistema universitario nazionale, nell’arena dei processi globali. In questo campo come in altri, l’atteggiamento responsabile, soprattutto per chi operi in un luogo di elaborazione del sapere, non può essere il passivo e tardivo adeguamento, o lo sterile rimpianto di un passato che non tornerà: a fronte dell’avanzare delle novità occorre sforzarsi di governarle, per sfruttare le opportunità che esse offrono evitando però che vengano a ledere i principi fondamentali in cui continuiamo a credere.

Immaginare un’offerta formativa che aiuti la crescita di entrambi i poli. Potranno poi esserci cambiamenti dovuti a nostre opzioni programmatiche precise, come nella revisione dell’offerta formativa o nelle scelte relative agli indirizzi della ricerca e alla trasmissione delle conoscenze, nella sede di Potenza come in quella di Matera. A proposito, fin qui non ho fatto distintamente riferimento alle due sedi e, magari, qualcuno si sarebbe aspettato che invece lo avessi fatto, avendo ricoperto per otto anni la carica di direttore dell’unica struttura primaria attiva a Matera. In queste note ho sempre parlato di Università della Basilicata senza ulteriori specificazioni perché, malgrado alcune percezioni pregiudiziali che avverto, ho sempre considerato l’Ateneo in maniera unitaria e senza differenze, sin da quando negli anni Novanta la Facoltà di Ingegneria, prima, e quella di Lettere e Filosofia, poi, decisero di aprire nella città dei Sassi corsi di laurea in aggiunta a quelli già attivi nella sede di Potenza. Per me vale, come principio ispiratore, quanto è sancito nello Statuto del nostro Ateneo: «L’Università, con sede legale a Potenza, persegue i medesimi obiettivi nelle sedi amministrative di Matera e di Potenza». Due sedi amministrative e due poli con caratteristiche diverse, legate essenzialmente a differenze di contesto e che proprio per questo non possono essere schiacciate l’una sull’altra, ma debbono essere rafforzate nelle loro peculiarità. Ma entrambe sono espressione di un’unica istituzione universitaria, che deve agire nel territorio e sul piano nazionale secondo i principi che ho cercato di enunciare e argomentare nelle pagine precedenti. L’una non può fare a meno dell’altra perché entrambe concorrono allo sviluppo dei programmi dell’Ateneo. Non può esserci concorrenzialità tra le due sedi, ma piuttosto una collaborazione virtuosa tra i docenti che operano preferenzialmente, o anche esclusivamente nell’una o nell’altra, e tra cui non devono mai mancare occasioni di dialogo. Il mio impegno è di operare senza alcuno sbilanciamento, ma facendo rientrare le esigenze del polo potentino, che resta comunque il centro dell’azione di governo dell’Ateneo, e di quello materano, dove sarebbero peraltro auspicabili iniziative e progetti anche da parte di aree disciplinari attualmente non impegnate, in un’unica programmazione coerente e nell’ottica di una strategia di medio e lungo periodo e di interesse unitario e comune.

Il corso di laurea in Medicina. Non si può trascurare una questione che innescherà sin da subito dibattiti e necessità di cambiamento nelle politiche del nostro Ateneo e che entrerà subito con forza nella discussione su materie come la revisione dell’offerta formativa o il riassetto dell’organizzazione dipartimentale: l’istituzione e attivazione, prevista già nell’anno accademico 2021-2022, del Corso di Laurea in Medicina. Si tratta di un processo da tempo avviato, che ha avuto momenti di stasi e di ripensamento, ma che negli ultimi tempi ha subito una rilevante accelerazione, forse anche per effetto dei problemi in campo sanitario emersi durante la pandemia. Un processo che vede protagonisti soggetti diversi, dalla Regione Basilicata al Ministero dell’Università e della Ricerca al Ministero della Sanità, a cui spettano, in maniera differenziata, gli oneri dell’operazione sul piano finanziario. E poi la nostra Università, che però avrà bisogno della collaborazione di un Ateneo in cui sia già presente un corso di laurea nella stessa classe, che è una condizione indispensabile perché il CdS possa essere accreditato. La mia personale opinione, nonostante tutti i timori e i dubbi che all’interno del nostro contesto accademico legittimamente potrebbero esserci, è che l’operazione, già in fase avanzata, debba essere completata prendendo in mano decisamente la situazione e cercando di farla diventare un proprio progetto, con il supporto delle altre istituzioni coinvolte. Se è vero che la spinta verso l’istituzione di Medicina viene dall’esterno e che c’è intorno a essa una forte attenzione dell’opinione pubblica e degli organi di stampa locali, e se inoltre l’operazione è vista come necessaria per un miglioramento e un consolidamento della qualità della Sanità lucana, è anche vero che il CdS dovrà essere compreso nell’offerta formativa dell’Università della Basilicata e servire non solo alle esigenze territoriali ma allo sviluppo complesso dell’Ateneo. Non, quindi, un corso di laurea autonomo dal nostro quadro della didattica e della ricerca, non concorrenziale con altre esperienze già presenti o che potranno emergere in futuro, non sottrattore di risorse, ma utile per garantire all’Università un ulteriore salto di qualità, che possa investire non solo le aree di interesse medico in senso stretto, ma anche settori già presenti come sono le scienze chimiche e farmaceutiche, fisiche o biologiche, oppure settori altri che potrebbero trarre giovamento dalla presenza di un corso di laurea in medicina, come quello delle scienze motorie, delle scienze dell’alimentazione e, in generale, tutto ciò che potrebbe avere a che fare con i temi del fitness e della salute. Ma, in ogni caso, si tratta di costruire il nuovo senza penalizzare l’esistente, non sottraendo risorse per il funzionamento delle altre aree didattiche e di ricerca, ma lavorando perché queste si rafforzino e ce ne siano di nuove e aggiuntive. Per questo il pallino dovrà essere saldamente nelle nostre mani, senza deleghe ad altri, per cui l’Università partner, ad esempio, non potrà che essere individuata e scelta da noi.
Credo che ciò possa andare incontro alle esigenze di tutti e che, da parte nostra, non si debba temere le novità, ma essere in grado di gestirle sempre e comunque insieme. Ripetiamolo ancora: una Università deve avere la dignità e la forza per rendersi protagonista.

Il piano Colao. A proposito di novità, non si può concludere senza una brevissima riflessione sugli indirizzi strategici riguardanti l’Università e la Ricerca emersi di recente con il lavoro della task force nominata dal Presidente del Consiglio per elaborare un progetto di ripartenza del nostro Paese dopo l’emergenza del Covid-19 e coordinata da Vittorio Colao. Se da una parte nel cosiddetto “Piano Colao” si mette in evidenza la necessità di sostenere con adeguati finanziamenti, in misura di gran lunga maggiore rispetto a quanto fatto almeno negli ultimi vent’anni, l’Università e la Ricerca, dall’altra si richiama il mondo accademico e scientifico a muoversi sulla strada di una modernizzazione del sistema lungo alcune linee che potrebbero così sintetizzarsi: operare in direzione di tematiche interdisciplinari che superino le barriere artificiose tra le discipline; la formazione di poli di eccellenza scientifica, valorizzando le specificità di ciascun Ateneo, le cui strutture si ritiene che non possano rispondere alla stessa maniera a tutte le missioni loro affidate nel sistema universitario nazionale; un rafforzamento della collaborazione tra mondo accademico e mondo delle imprese, allo scopo di operare insieme sulla strada dell’innovazione.

Inoltre, nel “Piano” si auspica un incremento della formazioneterziaria professionalizzante che dia forza al rapporto con le realtà dell’economia e del lavoro tecnologicamente più avanzate. Ciò significa che potrebbero essere incentivate le Università che intenderanno dare impulso alle cosiddette lauree professionalizzanti e che anche i dottorati potrebbero subire cambiamenti, in quanto il “Piano” prevede percorsi di Applied PhD in aggiunta a quelli tradizionalmente indirizzati alla ricerca universitaria e attivati attraverso forme differenziate di reclutamento.

Infine, il “Piano Colao” auspica che gli Atenei facciano rientrare nelle loro strategie iniziative finalizzate alla formazione permanente, con percorsi di aggiornamento delle competenze per coloro che sono già operanti nel mondo del lavoro e che rischiano, tanto nelle imprese quanto nella Pubblica Amministrazione, di rimanere tagliati fuori dai processi di innovazione che saranno sempre più necessari. Solo così, secondo la task force incaricata dal Governo nazionale, il sistema nazionale italiano potrà reggere sul piano della competizione internazionale e assumere una funzione centrale in un nuovo modello di sviluppo sociale ed economico che dovrà investire il nostro Paese.

È ovvio che non tutte queste prospettive sono quelle che auspicheremmo per una rinnovata visione dell’Università italiana che, come detto, necessita sì di aumentare la sua competitività ma ha anche bisogno di credere sul valore aggiunto della collaborazione tra le sedi e sul riequilibrio tra “centro” e “periferia”, bisogni che non sembrano essere percepiti nell’attuale programmazione politica. Però, quale che sia il giudizio che si vorrà dare rispetto tali indirizzi e a simili idee, è evidente che essi sono il sintomo di una ricerca del cambiamento di cui non si potrà non tener conto nell’elaborazione della nostra programmazione strategica. Anche a fronte di questa sfida, l’Università deve farsi protagonista, non limitarsi a subire; ed è mia intenzione aprire un dibattito partecipato nel nostro Ateneo e tra gli Atenei, in particolare quelli meridionali. Occorrerà che ciascuno svolga un proprio ruolo propositivo, riaffermando le ragioni della tradizione dei propri studi, ma anche predisponendosi a processi fortemente innovativi. Lo dico per tutte le aree disciplinari presenti nel nostro Ateneo e volendo con questo anche rassicurare i settori in cui si fa ricerca di base e l’ambito delle scienze umane e sociali, a volte le più preoccupate rispetto al cambiamento epocale. Esse dovranno continuare a svolgere quel ruolo nevralgico che l’Ateneo ha assegnato loro nel corso degli anni, tanto più in considerazione del fatto che l’utenza mostra verso di esse un particolare interesse; so che sapranno dimostrare capacità di crescita tra rispetto delle proprie storie disciplinari e buona attitudine alla revisione dei propri paradigmi e delle proprie metodologie: in fondo, il divenire degli uomini nella storia è il loro oggetto, e quindi hanno molto da dire sul futuro, non meno delle altre discipline e assieme a esse, in un dialogo fruttuoso.

E ora, in conclusione, affido le riflessioni fin qui condotte alla valutazione di chi avrà
la pazienza di leggerle. se le linee di indirizzo qui espresse possano certamente tradursi in pratiche realizzazioni, direi subito che non lo so e che non ho capacità divinatorie, ma posso dire con certezza che farò di tutto perché si realizzino. Con esse non è mia intenzione fare promesse né indurre a immaginare un libro dei sogni: politiche di bilancio e, anche, da fattori esterni, dai cambiamenti di contesto all’evolversi delle situazioni economiche e sociali sul piano nazionale, dagli orientamenti ministeriali alle scelte locali. Quello che conta in questo momento, secondo me, è avere una visione, produrre idee e progetti, avere il coraggio di pensare oltre. E andare avanti insieme, collettivamente, con responsabilità, senso di appartenenza, partecipazione, perché, per citare un passo molto noto dalla Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, «Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

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Photo by César Couto on Unsplash

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