Written by 7:27 pm Rettorato, UniBas

L’Università della Basilicata nel sistema universitario nazionale e nel contesto meridionale

Ampliare i bacini d’utenza, avviare progetti innovativi, agire da protagonisti all’interno della rete degli Atenei meridionali

L’Università della Basilicata, come dicevo, è una Università regionale che opera però in una dimensione non localistica e su un piano che va oltre la regione di riferimento, come parte di un sistema universitario nazionale che, a cominciare dall’avvio dei provvedimenti legislativi che hanno decretato l’autonomia degli Atenei, si è progressivamente rivelato un sistema a doppia velocità: negli ultimi anni, si è assistito a una accentuazione delle diseguaglianze, dovute essenzialmente a una tendenza verso modalità di finanziamento unico e indifferenziato senza tener conto dei fattori di natura dimensionale, da una parte, delle specificità di contesto con riferimento alle realtà territoriali e produttive in cui agiscono e operano le Università italiane, dall’altra. Le approfondite e acute analisi condotte da studiosi come Mauro Fiorentino (2015) e Gianfranco Viesti (2016), ma anche Mauro Borrelli e Marialuisa Stazio (2018), oltre ai ripetuti rapporti dello Svimez sul tema, hanno ampiamente disvelato come il modello di finanziamento delle Università sul piano nazionale, soprattutto con l’accentuazione del valore conferito al costo standard per studente, abbia finito negli ultimi anni per penalizzare in maniera evidente i piccoli, e in taluni casi anche i medi, Atenei, specialmente i piccoli Atenei del Sud a vocazione generalista. Eppure proprio questo tipo di Atenei, pur non facendo parte della storia più antica dell’Università italiana, ne costituiscono un elemento essenziale: essi consentono infatti di rispondere alle esigenze disperse di una comunità nazionale molto differenziata a livello territoriale e garantiscono importanti funzioni compensative sul piano sociale e culturale come risposta a specifici bisogni locali e alla necessità di portare l’alta formazione in aree marginali nel sistema produttivo del Paese, rappresentando così un fattore propulsivo di sviluppo di un più generale e complessivo miglioramento della qualità della vita, attraverso anche una più larga diffusione delle innovazioni tecnologiche e di più moderne e adeguate modalità organizzative. Ciononostante, le politiche riguardanti formazione universitaria e ricerca e le logiche fondate su valutazioni di tipo premiale e su quello che potrebbe definirsi il mito della assicurazione della qualità ha finito per produrre molti squilibri a livello territoriale a favore delle Università più grandi e, soprattutto, collocate nelle aree più produttive del Paese e a svantaggio di quelle più piccole, e magari di più recente istituzione, poste nel Mezzogiorno continentale e nelle isole.

Non che tutti i piccoli Atenei abbiano risentito di tali politiche, in quanto a trarre profitto dalle politiche invalse sono stati anche alcuni Atenei del Centro Nord che hanno specializzato, e in taluni casi, iperspecializzato, la propria offerta formativa e i propri ambiti di ricerca. Il sistema ha fatalmente introdotto nel funzionamento e nei progetti degli Atenei logiche di mercato, che hanno innescato una riduzione delle risorse statali, una distribuzione diseguale del FFO, insieme a un meccanismo fortemente competitivo tale da costringere a politiche di reperimento di fondi aggiuntivi di provenienza esterna; e tra le Università più colpite vi è la nostra Università della Basilicata, che peraltro, proprio a causa di tale meccanismo perverso, ha dovuto ricorrere, per poter mantenere la propria capacità competitiva a livello nazionale, a un patto trilaterale con Ministero dell’Istruzione e della Ricerca e Regione Basilicata. Tale patto è indubbiamente fondato su elementi virtuosi e di carattere innovativo, ma spesso si espone a una errata interpretazione circa la natura dei fondi regionali messi a disposizione e al loro utilizzo, con conseguenti difficoltà sul piano delle relazioni tra le parti e su quello della comunicazione all’esterno e della narrazione pubblicistica, generando influenze di segno negativo sull’opinione pubblica locale che, al di là delle reali intenzioni dei contraenti e dei rapporti improntati alla reciproca indipendenza, tende a considerare la nostra Università incapace di “sopravvivere” senza il contributo regionale. Le ragioni sono note ed evidenti e non starò qui a ripeterle, rinviando ai testi degli autori prima citati. Fatto sta che, anche per effetto di tali politiche, generalmente gli studenti migliori e più avvantaggiati sul piano economico hanno progressivamente preferito migrare verso le Università settentrionali, privando il Mezzogiorno di risorse di tipo sia materiale che immateriale: ogni anno diminuiscono i proventi derivanti dalle tasse per l’iscrizione all’Università, con incidenza negativa anche sul FFO, flussi di denaro si indirizzano verso le aree più ricche del Paese, si verifica una sostanziale perdita di capitale umano, destinato in gran parte a non ritornare nei luoghi d’origine e a non garantire una potenzialmente solida e consapevole classe dirigente futura nelle regioni meridionali. Certo qui si innesta il drammatico problema della mancanza di sbocchi professionali qualificati e l’incidenza della disoccupazione giovanile che tocca livelli particolarmente elevati. L’Università potrà affrontare solo parzialmente la portata di tali problemi qualificandosi e qualificando l’utenza (gli studenti), tuttavia ulteriori percorsi possono essere intrapresi. Ad esempio, instaurando un rapporto davvero sinergico con partner, sia pubblici sia privati, da avviare con iniziative politiche magari promosse da noi, nel tentativo di disegnare una mappa di interventi nel campo dell’innovazione, dell’immateriale, della creatività, dell’ambiente e del turismo qualificato. Naturalmente andrebbero reperite risorse da appostare in un Piano Strategico per l’occupazione, rispetto al quale l’Università giochi un duplice ruolo: di servizio e di soggetto politico, tra pari e a tutto campo. Ciò comporta, naturalmente, una visione unitaria della regione e, nel contempo, il pieno riconoscimento delle interne diversità e “vocazioni” che, in un’area di appena 10.000 kmq, rappresentano un valore. L’attuazione di un tale processo impone un percorso economico-politico condiviso tra i soggetti attuatori in un “tavolo di progettazione” stabile.

Tutto ciò sta a significare che le difficoltà, di budget e di investimento, della nostra Università derivano in larghissima parte da politiche nazionali di finanziamento fortemente squilibrate. Paradossalmente, ciò accade all’interno di un sistema che invece dovrebbe avere come fine di prevedere, in un quadro coerente e omogeneo, meccanismi perequativi e compensativi tali da garantire ai piccoli Atenei, specie a quelli, come il nostro, che assicurano una essenziale funzione di supporto sociale e culturale in aree a più lento sviluppo economico e infrastrutturale, un sostegno congruo ed efficiente, sia pur nelle condizioni di limitatezza generale delle risorse al sistema nazionale della formazione e della ricerca, per la realizzazione dei loro programmi e il raggiungimento dei rispettivi obiettivi. Sarebbe dunque necessaria, nelle politiche nazionali, una maggiore attenzione ai fattori di contesto territoriale, alla dimensione degli Atenei e ai risultati realisticamente e effettivamente perseguibili nelle aree meno forti del Paese, evitando l’applicazione di criteri premiali univoci che finiscono per avvantaggiare i grandi Atenei e quelli attivi nelle zone maggiormente produttive.

In queste condizioni l’Università della Basilicata ha il dovere, come ha cercato di fare negli anni trascorsi, di continuare a portare le proprie ragioni e quelle degli altri Atenei meridionali nel dibattito nazionale perché possa esserci una inversione di tendenza e possa essere ripensato il sistema di finanziamento basato sul costo standard e sul mito dell’eccellenza e dell’efficienza da premiare. Finora, però, non sono stati ottenuti gli esiti sperati. Allora mi chiedo: la nostra Università può continuare ad agire da sola? A mio avviso, evidentemente no. E allora l’unica possibilità secondo me perseguibile è quella di promuovere politiche di rete tra le Università, ma quali? Una strada potrebbe essere quella di riunire i piccoli Atenei puntando su piattaforme comuni e condivise di rivendicazioni fondate su principi che tengano conto della necessità di adottare modalità di finanziamento specifiche in risposta a modelli di tipo dimensionale. Ma, a mio parere, la soluzione migliore sarebbe quella di puntare sulla costruzione di un sistema universitario meridionale, all’interno del quale possano essere elaborate forme di collaborazione strutturale, e non occasionale, tra gli Atenei, che riguardino la progettazione didattica di primo e secondo livello e iniziative sinergiche sui dottorati e sull’alta formazione in genere, la realizzazione di centri di ricerca di eccellenza, la possibile mobilità tanto degli studenti quanto dei docenti e dei ricercatori. Non voglio sostenere che si tratti di un progetto facile, anzi so bene che le difficoltà da superare sono molte, perché il nostro sistema universitario, nonostante le intenzioni dichiarate negli ultimi anni in più documenti, non favorisce e, di fatto, non incentiva la collaborazione tra Atenei diversi, favorendo anzi più la competizione che il lavoro e i progetti comuni. Ma, proprio per questo, secondo me vale la pena tentare e scommettere sulla capacità di lavorare insieme, combinando in un contesto interuniversitario le esigenze dei grandi e dei piccoli Atenei, privilegiando soluzioni che tengano conto più dei fattori di contesto che di quelli dimensionali. Alcune piccole sperimentazioni fanno intravvedere la possibilità di costruire processi virtuosi su ampia scala ed è su questo che dovremmo a mio avviso puntare, senza aver timore di essere fagocitati da megatenei come l’Università Federico II di Napoli o, sull’altro versante, l’Università di Bari, rispetto ai quali la nostra Università avrebbe un ruolo nevralgico di cerniera e collegamento, con la possibilità, grazie anche alla sua posizione geografica, di svolgere funzioni di equilibrio tra le Università campane e quelle pugliesi. Insomma, quello che propongo non è di privilegiare rapporti bilaterali, rispetto ai quali saremmo marginali, subordinati e inevitabilmente perdenti, ma di promuovere relazioni di sistema: in tal modo potremmo far diventare un punto di forza il nostro essere piccoli ed espressione di un’area interna e apparentemente debole nel quadro della geopolitica universitaria meridionale, e mettere anche a disposizione le risorse in parte inesplorate di territori che si prestano a processi di popolamento in una prospettiva di decongestionamento delle grandi e degradate aree urbane delle città meridionali e di una qualità della vita migliorabile sulla base di rinnovate prospettive ecologiche e di relazioni più rispettose e sostenibili tra esigenze produttive e contesti naturali e ambientali. Ma, ripeto, la forza dell’Università della Basilicata starebbe soprattutto nella sua centralità rispetto alle altre Università meridionali, con le quali tentare insieme di riequilibrare le politiche di finanziamento a vantaggio di un Sud che non può continuare a essere penalizzato nella distribuzione delle risorse. La
stessa centralità viene anche evocata dagli economisti più attenti (cfr., ad es., Giannola 2020) come elemento imprescindibile per rendere coesi i recenti interventi di rilancio del Mezzogiorno che si prospettano intorno alla definitiva realizzazione delle ZES (Zone Economiche Speciali) di Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro, un rilancio che non può non accompagnarsi ad una valorizzazione del sistema universitario di più diretto riferimento.

Ciò non toglie che si potrebbero anche avviare attività di collaborazione con Atenei del centro-nord su temi e progetti specifici, ma partendo dalla solida posizione di rete a cui ho fatto cenno. Se si riuscisse a garantire, attraverso un riequilibrio del FFO, una autosufficienza dell’Ateneo per le spese correnti e fisse e l’attività ordinaria, ivi comprese le necessarie progressioni di carriera, sia per i docenti e i ricercatori sia per il PTA, si potrebbe considerare il finanziamento regionale come un valore aggiunto, che accresca i fondi per la ricerca, garantisca un aumento delle borse di dottorato, favorisca il reclutamento dei giovani ricercatori.

Quali alternative sono disponibili? Continuare a lavorare in autonomia, rinchiudere l’Ateneo entro i confini regionali, intensificare i rapporti con la Regione Basilicata, rischiando in futuro la propria autonomia sul piano della progettazione della didattica e della ricerca? È quello che è stato fatto
dalle governance precedenti negli ultimi anni, e non si possono non riconoscere i risultati positivi raggiunti e la capacità dimostrata di mantenere una condizione di indipendenza rispetto ai poteri politici locali. Ma io credo che la situazione stia rapidamente mutando, sul piano locale e su quello nazionale, e che sia per noi una necessità guardare anche fuori della Regione, provare ad ampliare i nostri bacini d’utenza, avviare progetti innovativi, agire all’interno della rete degli Atenei meridionali da protagonisti, e non da comprimari, grazie alla credibilità e alla qualità
delle proposte.

Vale la pena tentare rispetto alla prospettiva di essere (forse) centrali nella Regione Basilicata, ma del tutto marginali rispetto al sistema universitario nazionale.

Fotografia scaricata da www.unsplash.coPhoto by Good Free Photos on Unsplash

[mc4wp_form id="5878"]
Close