Written by 7:29 pm Rettorato, UniBas

La centralità della programmazione nell’azione di governo

Programmare per valorizzare e razionalizzare le risorse umane

Al centro dell’azione di governo deve esserci la programmazione, la cui efficacia risiede nel rispetto dei principi appena enunciati di autonomia, responsabilità, trasparenza e partecipazione, all’interno di un processo virtuoso in cui sia possibile esercitare forme di controllo dell’operato del Rettore, del Direttore Generale, del Consiglio di Amministrazione, ma anche dei Direttori delle strutture primarie, pur salvaguardando le prerogative di indirizzo e di proposta decisionale che lo Statuto attribuisce a ciascun organo di governo.

La programmazione è lo strumento necessario perché possano evitarsi decisioni di tipo casuale e contingente in nome dell’esigenza di dover assumere tempestivamente e pragmaticamente decisioni sulle diverse materie di competenza dei differenti organi, a volte seguendo le intenzioni e gli umori del momento. Ciò non significherebbe governare, ma solo gestire le urgenze e le emergenze ogni qualvolta dovessero presentarsi.

La programmazione deve investire responsabilmente e in prima istanza gli organi centrali di governo, sempre tenendo conto dei principi di condivisione e trasparenza di cui si è detto, e poi richiedere il necessario coinvolgimento degli organi periferici. Il tutto in un’ottica di sistema, coerenza e razionalità, e non di decisione su singole questioni e/o specifici progetti. Una programmazione vera deve essere strategica e rispondere a principi complessivi, costruendo un quadro di riferimento a cui riportare le diverse questioni nella loro peculiarità. Solo così esse potranno rivestirsi di coerenza e dimostrarsi fattibili.

Nella programmazione strategica si dovrà tenere conto sia dei bisogni da soddisfare che delle risorse disponibili, consentendo di fissare obiettivi a breve, medio e lungo termine, dando una prospettiva di futuro alla nostra Università. Naturalmente ciò comporta capacità di autovalutazione e di individuazione di strumenti che consentano di fornire equilibrio nelle scelte su basi di equità ed efficienza, privilegiando sempre le esigenze generali e di natura collettiva rispetto a quelle particolari e di carattere individuale.

In tale quadro occorrerà, detto in maniera sintetica ed essenziale:

  1. individuare il livello delle azioni strategiche tra dimensione locale e scenario nazionale e internazionale, tra iniziative autonome e altre in collaborazione con altri soggetti, accademici e non;
  2. valutare le esigenze legate al fabbisogno di capitale umano, sia docente e ricercatore sia tecnico e amministrativo;
  3. definire gli standard della ricerca e della didattica sempre nella prospettiva dialettica tra programmi interni e progetti in collaborazione;
  4. stimare le risorse finanziarie disponibili e studiare le opportune strategie per la ricerca di nuove risorse.

La programmazione deve, inoltre, essere uno strumento strategico che consenta all’Università, attraverso la sua governance, di favorire politiche che siano garanzia di pari opportunità, di promozione di eguaglianza tra i generi e, più in generale, di valorizzazione delle differenze di ogni tipo e a ogni livello. Il nostro Ateneo è, sul piano dei progetti, meno su quello delle realizzazioni, già piuttosto avanti, grazie alle azioni del CUG e sulla base del contributo fornito dalla rettrice Aurelia Sole quale componente dell’apposito tavolo tecnico istituito presso la CRUI. Credo che il processo di programmazione dovrà necessariamente tener conto delle proposte, già note, del CUG, a cui occorrerà garantire il massimo sostegno, in materia di organizzazione della governance e di redazione del Bilancio di Genere, documento cardine per comprendere e valutare le diverse ricadute delle politiche di gestione e dell’impiego delle risorse sulle donne e sugli uomini che compongono la nostra comunità e avviare una riflessione costruttiva sulle strategie da mettere in campo, nonché sulle concrete misure necessarie per assicurare l’effettiva parità e uguaglianza in tutte le diverse articolazioni dell’Ateneo: docenti e ricercatori, personale tecnico e amministrativo, studenti e studentesse.

Più in generale, si tratta di fare sempre più in modo che l’Università sia una comunità inclusiva, facendo della diversità una delle sue maggiori ricchezze, dando un valore propulsivo alle politiche di accoglienza e rendendo ogni suo componente protagonista dei processi formativi e della ricerca scientifica. Anche così l’Ateneo potrà diventare maggiormente attrattivo, producendo condizioni di benessere della persona tali da andare oltre le distinzioni determinate dai confini regionali.

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